La Ristrutturazione

IL RISANAMENTO STRUTTURALE DEL PRONAO DI S. LEOPOLDO A FOLLONICA

 

Agli  inizi degli anni ’90 la costruzione in ghisa prospiciente la facciata della chiesa di S. Leopoldo, si presentava, anche ad un osservatore frettoloso, con segni evidenti di un qualche malfunzionamento o comunque non sottoposta a manutenzione da molto tempo.

In realtà di interventi conservativi il pronao metallico disegnato da Carlo Reishammer e costruito nelle Fonderie Granducali di Follonica fra il 1835 e il ’38, ne aveva avuti molti, ed anche nell’ultimo decennio.

Probabilmente una delle ultime riverniciature era stata eseguita con scarsa attenzione ad alcuni problemi secondari dal punto di vista estetico, ma assolutamente fondamentali per la conservazione di un manufatto in ghisa.

L’opera era stata sabbiata sul posto, ed era stata abbondantemente protetta sulle superfici con le necessarie mani di verniciatura; erano stati chiuse, inoltre, per stuccatura, le lesioni probabilmente esistenti ed i giunti di montaggio. Il materiale usato per quest’ultima operazione era stucco sintetico da metalli, che nel giro di breve tempo si era fratturato in più punti lasciando una possibilità di accesso all’umidità atmosferica sia all’interno, che sugli spessori in ferro usati per calettare i vari pezzi della composizione archittetonica.

La costruzione è infatti composta dall’assemblaggio di un eccezionale numero di pezzi seriali con cui, nelle adiacenze della chiesa, ed all’interno di quest’ultima si trovano ancora oggi altri tipi di manufatti e di decorazioni ottenuti con un differente montaggio delle medesime parti.

Ovviamente alcuni pezzi connotano specificamente il pronao e si presentano quindi con decorazioni e raffigurazioni del tutto originali e non ripetute altrove.

Comunque i vari pezzi dovevano essere collegati fra loro con sistemi semplici, sicuri e ripetitivi. I più usati sono il giunto cilindrico a cono maschio-femmina, la chiavettatura con bolzone a spina ed infine la semplice bullonatura esterna.

Tutti questi giunti sono luoghi di discontinuità della costruzione in ghisa, canali di probabile accesso dell’umidità atmosferica e quindi nidi di sicura formazione di ossido.

Il semplice anche se lodevole lavoro di verniciatura, se da un lato ha permesso di mantenere in buono stato le superfici, aveva d’altro canto sconnesso parzialmente le protezioni di alcuni giunti fondamentali: quelli di collegamento conico fra gli affusti della maggior parte delle colonne con i rispettivi guanciali di spicco, all’altezza del basamento.

La formazione di forti quantità di ossido “a scaglie” in questa discontinuità strutturale aveva, in alcuni casi, portato alla frattura radiale del pezzo a sostegno dell’affusto delle colonne; molti particolari decorativi, vincolati con chiavette, erano caduti; almeno due colonne avevano perduto la loro verticalità e quindi alcune trabeazioni di collegamento sommitale presentavano nette rotture nelle sezioni più fragili.

Fra l’altro, ad aggravare la situazione statica, la copertura in latero-cemento e il manto superiore, che non erano sicuramente quelli montati all’origine a protezione del manufatto, inducevano sulle colonne carichi per i quali queste non erano state disegnate.

Alcuni segni premonitori di una evoluzione negativa per la situazione descritta, si presentavano all’osservatore con sempre maggior frequenza, resi forse ancor più evidenti dalla recente riverniciatura delle parti in ghisa; questi consigliarono di affrontare un radicale restauro del manufatto.

Dopo una serie di proposte e di approcci al problema, condotti nell’ottica di consolidare la situazione attuale, cristaliizzando nel tempo i dissesti subiti, è stato deciso invece di procedere allo smontaggio totale della costruzione, alla bonifica e ad un nuovo montaggio dei pezzi in quanto la scelta delle fasi e delle tecnologie di intervento si prospettava operativamente più semplice.

In realtà questa decisione, presa inizialmente per mera opportunità esecutiva, si è rivelata una vera e propria metodica specifica per effettuare il recupero di complessi  costruiti in ghisa.

Questo tipo di manufatti è infatti il risultato di un vero e proprio assemblaggio discontinuo di pezzi multipli che già singolarmente hanno una loro valenza storica-tecnologica da salvaguardare.

L’atto della giunzione, del reciproco accostamento, diventa quindi una semplice operazione da riproporre, da integrare da ripercorrere semmai con le vecchie tecnologie, ma non presenta un intrinseco valore globale; diverso può essere il caso di una muratura costituita per assemblaggio di conci lapidei lavorati, nella quale la malta di allettamento ha una specifica valenza “costitutiva” del materiale, sia a livello di densità di tessitura, sia di valore cromatico, sia infine di stabilità interna del materiale.

Le operazioni di smontaggio effettuate per la totalità del comparto metallico hanno permesso di acquisire una profonda conoscenza del manufatto pezzo per pezzo; di leggere esplicitamente le  vecchie tecniche di assemblaggio ed i criteri costruttivi originariamente adottati ed infine di riproporli per la maggior parte, in un edificio ormai quasi unico sia per il materiale usato che per completezza dell’organismo architettonico.

Il lavoro è stato condotto iniziando dalla demolizione della copertura; questa è risultata costituita da elementi latero-cementizi di recente realizzazione: infatti all’interno di un vano sottofalda chiuso tra la copertura  ed il controsoffitto laterale, una scritta tracciata a fresco dall’esecutore sulla malta, ha datato l’intervento negli anni ’50. In realtà nello spessore delle strutture realizzate a quell’epoca tracce della precedente soluzione di copertura hanno consigliato di effettuare ulteriori ricerche, oltre quelle già fatte in fase di progetto, per individuare la modalità costitutiva originale.

E’ cominciato poi il lavoro di smontaggio vero e proprio delle parti metalliche.Già nella zona sommitale dell’edificio sono emerse situazioni di estrema pericolosità latente per alcuni pezzi monoblocco di grandi dimensioni; questi rimanevano nella loro posizione per effetto di mutuo contrasto, ancorati con rare bullonature ormai completamente consumate dall’ossido.

Pezzo dopo pezzo, sono stati comunque disincagliati a fiamma i vecchi bulloni che hanno ceduto allo svitamento, o tagliati quelli che non era possibile estrarre; sono stati  alesati prigionieri di problematica rimozione, allentate chiavi di ritegno, segate piastre ormai solidarizzate per l’ossidazione con la ghisa delle parti accoppiate.

Lentamente i vari pezzi, maneggiati con cura, imbragati con attenzione, brandeggiati con lentezza, quelli fratturati impacchettati con piastre provvisionali, hanno lasciato la loro posizione e sono stati ordinatamente adagiati a terra in una sorta di rigido schieramento.

Prima di essere rimossi, tutti i pezzi sono stati marcati per fresatura ad intaglio e tutti i particolari dei nodi sono stati accuratamente disegnati dalle maestranze che si apprestavano a smontarli in modo da carprire, pezzo dopo pezzo, le disuniformità geometriche, le dissimetrie e i particolari ripetuti o “accomodati” durante l’operazione inversa condotta all’epoca della costruzione.

Un momento di perplessità  sulle scelte da adottare ha rallentato temporaneamente il cantiere, quando la testa cava delle colonne, rimossi gli arconi di copertura, si è mostrata agli occhi dei carpentieri: gli affusti di ghisa sono apparsi riempiti di mattoni, murati con ottima calce, al centro dei quali in notevole bolzone di ferro battuto si perdeva dentro l’anima della colonna.

La terra di fusione che inizialmente era stata diagnosticata essere il materiale a riempimento delle colonne, attraverso indagini endoscopiche condotte nelle zone fratturate dei basamenti, nient’altro era che laterizio disgregato frammisto con ossido, penetrato lungo le discontinuità della ghisa.

Lo smontaggio si presentava ora problematico; se il bolzone fosse arrivato fino a terra, come un tirante verticale di serraggio per i vari pezzi componenti le colonne,  non sarebbe restato altro che procedere ad un taglio orizzontale su una sezione prossima a terra per poter ribaltare in blocco tutta la colonna e tentare poi  l’estrazione del contenuto per distruzione idrica o meccanica.

E’ stata comunque tentato, per prima cosa,  un affondamento dall’alto nel corpo del materiale di riempimento.

Operando una accurata distruzione meccanica del materiale, è risultato che i bolzoni erano presenti solamente nella zona di sommità delle colonne.

Lo smontaggio di quest’ultime è stato quindi possibile per semplice trazione verticale che ha provocato il distacco fragile fra i vari pezzi componenti, pur connessi tra loro con la muratura interna.

L’operazione è stata eseguita imbracando la parte di sommità della colonna al braccio oleodinamico della gru di servizio, e procedendo al tiro verticale verso l’alto. Una volta calati a terra i singoli elementi sono stati fermati in orizzontale su cavalletti provvisionali ed è stato effettuato un carotaggio irrigato di grande diametro (circa Ø 20 cm.), coassiale agli affusti di lunghezza maggiore in  modo da estrarre senza particolari sollecitazioni la maggior parte della muratura interna di riempimento; eseguita la foratura centrale il materiale rimasto si è facilmente disgregato fino a liberare completamente dall’interno i pezzi di ghisa.

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